SILA CANDANSAYAR

"Tenders", with a text by Indira BĂ©raud

































Photo: Michela Pedranti


Studiolo è lieto di presentare “Tenders” il primo solo show dell’artista Sila Candansayar (Turchia, 1997); una serie di 8 opere scultoree inedite, realizzate per questa mostra durante la sua permanenza negli ateliers dell'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, liberamente ispirate e unite tra di loro dalla natura ambigua dell’aggettivo tender. Una parola che spazia dal significato di “offerta” a quello di “tenero”, “sensibile” o “soffice” – nella loro doppia accezione sia figurata che oggettiva – fino ad arrivare a quello più inaspettato e dissacrante di chicken tenders, appunto, “striscia di pollo fritto”.

Per la sua personale d’esordio, Sila Candansayar, pensa ad una mostra dal carattere processuale dove, metaforicamente, ogni opera ci stimola a ragionare su un differente capitolo della vita evolutiva di un uomo; in questo caso specifico un soggetto manifestamente declinato al femminile, sia per la natura intrinseca di alcune forme che per la presenza di elementi legati al tema della natività; una traduzione iconografica, quest’ultima, racchiusa nell’incursione di uova, in marmo o in resina, nelle conformazioni oblunghe e filamentose di alcune parti scultoree o ancora in alcuni modellati in cui – senza troppa intenzionalità da parte dell’artista e mai in maniera didascalica – è impressa la memoria archetipica dell’apparato riproduttivo femminile e quindi del continuo incedere della vita. Una riverenza, la sua, non solo nei confronti della creazione ma anche ad una certa, nobile, storia dell’arte, in cui Piero della Francesca – con il suo celebre uovo di struzzo posto sul capo della vergine quale simbolo del dogma della verginità – o Hieronymus Bosch – che dischiude un guscio nel suo giardino delle delizie terrene per aprire un rifugio dalla corruzione dei piaceri effimeri – sono per lei dei solidi modelli di riferimento sui quali modulare questa forma così ancestrale, ermetica e straordinaria, qui, interconnessa ad ogni sua opera.

La resina – costante materica immancabile all’interno della sua opera – in questa mostra si riempie di una lega d’acciaio, un’anima interna per renderla più resistente e manipolabile e che sceglie di connettere con altri materiali come il marmo, il vetro, il legno o ancora plastiche per stampe 3D; il risultato è un gruppo scultoreo dalla natura aliena le cui texture superficiali, spesso avvolte da un colore verde tenue perfettamente steso, vengono “sporcate” dall’artista da prolungate e faticose levigature a mano, che ne conferiscono una patina dal carattere organico e dal quale occhieggiano, nascosti, piccoli iridi traslucidi come se alle inerti sagome antropomorfe volesse dare una vista e una vita.

L’opera “Baby Girls” è l’incubatrice dalla quale inizia questo circolo evolutivo ideale; una scultura dal soffice basamento in pelliccia sintetica che al suo interno racchiude oggetti simbolo di nascita ma, al contempo, anche di costrizione e morte come delle carcasse di volatile miste a delle catene, rendendo questo spazio l’hortus conclusus in cui inizio e fine coincidono. Dalla disciplinata geometria di questo recinto, l’artista passa a strutture più morbide e deformi, con la volontà di rappresentare non solo la mutazione del corpo nel suo percorso di crescita ma, concettualmente, anche quel momento della vita in cui si “depositano” i segni esperienziali di un’adolescenza, spesso, segnata anche da eventi sgradevoli e crudeli. “Missy” e “Doll”, raccontano proprio questo stadio evolutivo nel quale la determinazione del nostro sé, passa attraverso l’inevitabile scontro con la società che ci circonda. In una narrazione materiale che porta a riflettere sui vari processi di un Io, posto in equilibrio tra la concretezza dei processi animali e l’immaginazione fantascientifica, “Better Half” e “Crone” rappresentano, invece, la punta della parabola più alta, ed anche discendente, di questo percorso. Le superfici patinate e i colori superficiali cominciano ad alterarsi e grossi ami da pesca o supporti dalla forma di arti, emergono dal muro come con l’intenzione di voler condizionare o supportare queste entità, oramai adulte. La corruzione cromatica delle superfici, come la presenza di queste “mani” esterne – che nel caso di Better Half sembrano proprio voler avvinghiare la scultura e convincerla ad accettare un uovo – celano in verità una denuncia sociale ben precisa: un modello di femminilità denigrata, edulcorata per essere oggettivata ad un’estetica attinente ai rigidi schemi culturali di questa collettività, schiacciata e modellata dal peso delle pressioni esterne; una dichiarazione enunciata sin dai titoli delle opere, riconducibili ad alcuni “modi di dire” utilizzati per definire le donne in forma dispregiativa (Doll:Bambola, Crone:Vecchia …etc.).

Con “Tenders”, Sila Candansayar, esprime non solo la sua grande passione verso i materiali e la sperimentazione delle loro potenzialità ma anche una lucida riflessione sul tema contemporaneo di femminilità e di emancipazione; in un mondo dove non basta essere teneri, dolci, amabili e sensibili ma, purtroppo, anche pronti a essere consumati avidamente come delle strisce di pollo fritto.

Testo di Indira Béraud

Sul braccio destro di Sila Candansayar vi è tatuata la figura di Sahmeran, l’emblematica eroina del mito anatolico. Regina dei serpenti e creatura dall’aspetto ibrido, metà donna e metà rettile, è dotata di un’enorme bellezza. Dal momento che la sua carne possiede proprietà curative, sarà sacrificata; il suo corpo sarà tagliato in tre, prima di essere offerto e poi divorato da diversi uomini. La prima personale di Sila Candansayar, “Tenders”, intesse una narrazione che attinge tanto dalla mitologia e dalla fantascienza quanto dalle esperienze intime e talvolta banali della vita quotidiana. Tutto inizia in una noiosa serata autunnale. Quelle serate un po' malinconiche in cui non si ha più la forza di cucinare. L'artista opta quindi per dei Chicken Tenders, che mangerà sul letto guardando una serie TV. L'analogia è tracciata tra il corpo di questo piccolo pollo, macellato, cucinato e fritto, e il corpo di S?ahmeran, anch'esso smembrato e successivamente mangiato dagli uomini. In questo senso, l'espressione "poulette" o "chick" – che designa nel linguaggio comune una giovane donna “appetitosa” – è inequivocabile: i corpi teneri sono destinati ad essere divorati. Se il titolo della mostra, particolarmente cupo, è un riferimento diretto al piatto offerto dalla famosa catena di fast food, esso è soprattutto l'eco di una profonda riflessione sul corpo femminile.

La narrazione di tutto ciò si sviluppa in un paesaggio strano e arido, dove le opere compongono i frammenti di una realtà alternativa. La ricorrenza dell'uovo (sei in totale) e le forme mutanti evocano l'inquietante universo dei film di fantascienza, come "Alien" (1979) diretto da Ridley Scott. Incarnando un'unica eroina attraverso diverse fasi della vita, le sculture - Babygirl, Doll, Missy, Better Half e Crone - testimoniano le trasformazioni identitarie, fisiche e simboliche che si verificano nel corso del tempo. Così, Babygirl, un'installazione posta a terra, assomiglia a una culla. All'interno di un cubo di vetro, su una coperta di finta pelliccia rosa cipria, giacciono le ossa biancastre dell'animale incatenato mentre degli occhi sporgenti ci fissano intensamente. Accanto a esso riposa un uovo di pietra azzurra cielo. Se l'uovo simboleggia una promessa, la speranza di una nascita successiva o la trasformazione da uno stato all'altro, qui è giustapposto alla morte, prefigurando un destino più oscuro. La potenza dell'opera risiede indubbiamente nel suo potenziale narrativo; a metà tra il kitsch e il gore, la scena dell'orrore contrasta con l'immaginario infantile descritto. Allo stesso modo di un mezzo di proiezione, condensa diverse temporalità: il dramma passato e quello che si presume stia per accadere.

Le sculture Doll, Missy, Better Half e Crone assumono ciascuna la forma di un fiocco. Tradizionalmente, l'ornamento che abbellisce i pacchetti regalo. Tirare i fili del nastro offre un certo piacere: un'atto, che prolunga la suspense e intensifica l'emozione prima che il regalo sia aperto. Il fiocco si trova nelle acconciature delle ragazze, ricamato sulle mutandine e talvolta adottato anche sul collo, come un «choker». Con l’intenzione di aggiungere un tocco di fascino e raffinatezza, il fiocco porta un peso simbolico che si riferisce all'idea di un'offerta. Mentre i lacci sono rotondi e ariosi, l'azione del legare – più autoritaria – implica il tirare stretto i fili per tenerli al loro posto. Comandate ad essere desiderabili, i corpi sono decorati, preparati, costretti. Qui, la dimensione antropomorfa delle sculture trasformerà i loro corpi in accessori. Qui, sono ridotti allo stato di oggetti, oggetti destinati a piacere.

Le opere assumono posizioni e attributi fisici in base all'età descritta nel loro titolo. Incarnando anche certi tratti del loro carattere. Doll è posta a livello del suolo. Il materiale, di un verde celadon immacolato, sembra morbido come il velluto. In realtà, l'artista, per ottenere questa texture setosa, lo avrà lucidato per ore; Sila Candansayar ama dire che lo coccola, che lo culla. Missy, dalla sua parte, è invece appollaiata su un podio in acciaio inossidabile; i suoi filamenti danzano elegantemente, ma il suo equilibrio, che si tiene solo per mezzo dell'uovo, è precario. Inoltre, l'opera è posizionata lateralmente e non al centro della base, come se, timida, non riuscisse del tutto a prendere il suo posto. Più sicura, Better Half si eleva un po' di più nello spazio; l'involucro corporeo della scultura è segnato, rivelando tracce realizzate con ceramica smaltata. Nonostante la sua morfologia allungata e sinuosa sia in movimento, il suo corpo non sembra libero per tutto ciò. È ancorato al muro, come se fosse confinato da forze esterne. Più stanca, Crone è sostenuta da due mani metalliche con dita simili a quelle di una strega. Ha guadagnato altezza e guarda impotente la scena.

La mostra di Sila Candansayar, che riunisce un corpus di opere finemente prodotte, si svolge come una favola politica. Le opere narrano il peso di uno sguardo soggiogante rivolto alle donne, oscurate dai loro corpi. Attorno alle forme morbide e ingenue, carnali e sensuali, caratteristiche dell'archetipo femminile, aleggia sempre un'aura fosca e minacciosa. Evocando certe scene da "Videodrome" (1983), un film diretto da David Cronenberg, o dalla serie manga "Parasite" (1988-94), scritta e disegnata da Hitoshi Iwaaki, le metamorfosi che le opere subiscono e la violenza che le accompagna, si riflettono nella loro psiche.

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Studiolo is pleased to present “Tenders”, the first solo show by the artist Sila Candandsayar (Turkey, 1997). It features a series of 8 unpublished sculptural works created specifically for this exhibition during her residency at the École nationale supérieure des beaux-arts in Paris. The works are freely inspired and connected by the contradictory polysemic nature of the adjective “tender”. The word spans from the meaning of “offer” to “tender”, “sensitive” or “soft” – both in its figurative and objective senses- and even extends to the unexpected and irreverent notion of chicken tenders, a “strip of fried chicken”.

For her debut solo exhibition, Sila Candansayar envisions a process-oriented character where each artwork metaphorically prompts reflection on a different chapter of the evolutionary life of a person. In this specific case, the subject is explicity feminine, both due to the intrinsic nature of certain forms and the presence of the elements related to the theme of nativity. This iconographic translation is encapsulated in the inclusion of eggs, made of marble or resin, in the oblong and filamentous configurations of some sculptural parts or in certain models where the archetypal memory of the female reproductive system is subtly and non-didactically impressed, reflecting the continuous progress of life. Sila pays homage not only to creation but also to a certain noble art history, where figures like Piero della Francesca – with his egg placed on the Virgin’s head as a symbol of the dogma of verginity - and Hieronymus Bosch – which opens a shell in its garden of earthly delights to open a refuge from the corruption of the ephemeral pleasures - serve as solid reference models for modulating this ancestral, hermetic, and extraordinary form.

The resin – a constant material  presence indispensable within her work - in this exhibition is infused with a steel alloy, an internal core to make it more durable and malleable. She chooses to connect it with other materials such as marbe, glass, wood, or even plastics for 3D painting; the result is a group of sculptures with an alien nature, their superficial textures often wrapped in a perfectly applied subtle green color, “stained” by artist through prolonged and painstaking hand sanding. This imparts an “organic” patina from which small translucent irises peep out, as if the inert anthropomorphic shapes were given sight and life.

The work “Baby Girls” serves as the incubator for this ideal evolutionary circle. It is a scupture with a soft base of synthetic fur that contains within it objects symbolizing birth but also constraint and death, such as bird carcasses mixed with chains, turning this space into the l’hortus conclusus where beginning and end coincide. From the disciplined geometry of this enclosure, the artist moves to softer and more deformed structures, intending to represent not only the body’s transofrmation in its growth but also conceptually that moment in life when the experiential mark of adolescence are “deposited”, often marked by unpleasant and cruel events. “Missy” and “Doll” precisely depict this evolutionary stage in which the determination of our selves passes through the inevitable clash with the surrounding society. In a material narrative that leads to reflection on the various processes of our person – balanced between the concreteness of animal processes and science fiction imagination – “Better Half” and “Crone” represent the apex and also the descending curve of this journey. The polished surfaces and superficial satin colors begin to alter, and intimidating fishing hooks or supports shaped like limbs, emerge from the wall as if intending to condition or support the entities, now adults. The chromatic corruption of the surfaces, like the presence of these external “hands” – in the case of “Better Half”, they seem to want to entwine the sculpture and persuade it to accept an egg – hides a specific sociale critique: a denigrated model of femininity, sweetened to be objectified into an aesthetic conforming to the rigid cultural norm of this society; crushed and molded by the weight of external pressures. This statement is also articulated in the titles of the works, which can be traced back to some derogatory expressions used to define women (Doll, Crone etc...). 

With “Tenders”, Sila Candansayar not only expresses her great passion for materials and experimentation with their potential but, also, offers a lucid reflection on the contemporary theme of femininity and emancipation. In a world where being tender, sweet, amiable or sensitive is not enough, unfortunately, one must also be ready to be consumed eagerly, much like fried chicken strips.

Text by Indira Béraud

On the right bicep of Sila Candansayar is tattooed the figure of S?ahmeran, the emblematic heroine of an Anatolian myth. Queen of the serpents, the creature with a hybrid appearance, half-woman, half-reptile, is endowed with great beauty. Because her flesh possesses healing properties, she will be sacrificed; her body cut into three, before being offered and then devoured by several men. The first solo exhibition of Sila Candansayar, "Tenders," presented at the Studiolo gallery, weaves a narrative that borrows as much from mythology, science fiction, as from intimate and sometimes banal experiences of everyday life. It all begins on a dreary autumn evening. Those somewhat morose evenings where one no longer has the strength to cook. The artist then opts for Chicken Tenders, which she will enjoy in bed while watching a TV series. The analogy is drawn between the body of this little chicken, butchered, cooked, and fried, and the body of S?ahmeran, also dismembered, then eaten by men. In this sense, the expression "poulette" or "chick," which designates an appetizing young woman, is unequivocal: tender bodies are called to be devoured. If the title of the exhibition, particularly grim, is a direct reference to the dish offered by the famous fast-food chain, it is above all the echo of a deep reflection on the female body.


The fiction unfolds in a strange, arid landscape, where the works compose the fragments of an alternative reality. The recurrence of the egg (six, in total) and the mutant forms evoke the unsettling universe of science fiction films, like "Alien" (1979) directed by Ridley Scott. Embodying a single heroine through various stages of life, the sculptures — Babygirl, Doll, Missy, Better Half, Crone — testify to the identity, physical, and symbolic transformations that occur over time. Thus, Babygirl, an installation placed on the ground, resembles a cradle. Inside a glass cube, on a powdered pink faux fur blanket, lie the whitish bones of the chained animal. Bulging eyes stare at us fixedly. While next to it rests an egg of sky blue stone. If the egg symbolizes a promise, the hope of a subsequent birth, or the transformation from one state to another, it is juxtaposed here with death, foreshadowing a most dire fate. The power of the work undoubtedly lies in its narrative potential. Half-kitsch, half-gore, the horror scene contrasts with the infantile imagination that unfolds. As a medium for projection, it condenses several temporalities: the past drama, and the one that is presumed to come.

The sculptures Doll, Missy, Better Half, and Crone, each take the form of a bow tie. Traditionally, the ornament embellishes gift packages. Pulling the ribbon's threads provides a certain pleasure: the act, which prolongs the suspense, intensifies the excitement before the present is revealed. The bow is found in girls' hairstyles, embroidered on panties, and sometimes even adopted at the neckline, as a «choker». Supposed to add a touch of charm and sophistication, the bow carries a symbolic weight that relates to the idea of an offering. While the loops are round and airy, the action of tying, more authoritative, involves pulling the threads tight to keep them in place. Commanded to be desirable, bodies are decorated, prepared, constrained. Here, the anthropomorphic dimension of the sculptures will transform their bodies into accessories. Here, they are reduced to the state of objects, objects intended to please.

The works adopt positions and physical attributes according to the age to which their title refers. They also embody certain character traits. Doll is placed at ground level. The material, of a pristine celadon green, seems soft like velvet. In fact, the artist will have polished it for hours to achieve this silky texture. Sila Candansayar likes to say that she cuddles it, that she rocks it. Missy, for her part, is perched on a stainless steel podium. Her filaments dance elegantly, but her balance, which only holds by the egg, is precarious. Moreover, the work is placed on the side, and not in the center of the base, as if, shy, she could not quite take her place. More assured, Better Half, rises a little more in space. The corporeal envelope of the piece is marked, revealing traces made from glazed ceramic. Although its elongated and sinuous morphology is in motion, its body does not seem free for all that. It is held to the wall, as if confined by external forces. More tired, Crone is supported by two metallic hands with witch-like fingers. She has gained height and watches powerlessly over the scene.

The exhibition of Sila Candansayar, which brings together a finely produced corpus of pieces, unfolds like a political fable. The works relate the weight of a subjugating gaze cast upon women, overshadowed by their bodies. Around the soft and naive, carnal and sensual forms — characteristics of the feminine archetype —, there always hovers a dark and threatening aura. Evoking certain scenes from "Videodrome" (1983), a film directed by David Cronenberg, or the manga series "Parasite" (1988-94) written and drawn by Hitoshi Iwaaki, the metamorphosis that the pieces undergo, and the violence that accompanies it, are reflected in their psyche.


12/12/2023